L'ORIGINE DELLA FAMIGLIA LANDI

Arma o stemma antico dei LandiVarie sono le ipotesi circa l'origine di questa famiglia che fu tra le più illustri di Piacenza e che raggiunse, almeno con la linea principale, un rango sociale – quello dei principi sovrani dipendenti dal solo imperatore – che nessun'altra famiglia piacentina poté conseguire. Il cognome originariamente era «de Andito» e non mancarono cronisti che lo collegarono appunto ad un andito esistente nelle adiacenze della chiesa di S. Maria del Cairo (ora S. Apollonia), nelle cui vicinanze i Landi ebbero le loro prime dimore. È possibile che i Landi fossero effettivamente di antichissima origine piacentina e che le loro fortune iniziali fossero dovute alle attività mercantili e soprattutto bancarie, su scala internazionale; altrimenti ben difficilmente avrebbero potuto disporre dei capitali necessari per acquistare estensioni di terreno nelle montagne piacentine e nelle valli del Ceno e del Taro.

Le proprietà di Alseno e quelle vicine al Po, a Roncarolo e a Castelnuovo Bocca d'Adda, pare fossero le loro più antiche; quelle di Castelnuovo Bocca d'Adda, in particolare, forse provenivano dalla famiglia dei conti di Lomello.

Non è possibile rintracciare lo stipite comune dei vari rami Landi, alcuni dei quali assunsero cognomi differenti. In età medievale il casato si presenta come una tipica consorteria gentilizia.

Certo è che già nel XII secolo esistevano persone con questo cognome non collegabili genealogicamente tra loro né con coloro che vivevano nel secolo successivo e dai quali certamente discende la famiglia attualmente rappresentata. Alcuni di questi Landi diedero poi origine a famiglie collaterali che si denominarono anche col soprannome di qualche antenato: Volpe, Zanardi, Mazzucchi, Malvisi, Buffa, ecc., taluna delle quali è giunta fino ai nostri giorni.

Peraltro anche altre famiglie Landi che raggiunsero l'età moderna non sono collegabili con sicurezza con le linee principali, la cui genealogia fu pubblicata per la prima volta nel 1603 dal Mariani, il quale tuttavia prese non pochi abbagli che indussero in errore anche autori successivi.

Molti di questi primi Landi ricoprirono cariche importanti (Bonizzone fu console di Piacenza nel 1132, Ghislerio fu podestà di Pontremoli nel 1197, Giacomo lo fu di Padova nel 1210, e molte decine di altri Landi ricoprirono in seguito dignità consolari a Piacenza o incarichi pubblici in altre città); ciò dimostra che la ricchezza dei Landi era di antica data e che era comune a tutti i rami della famiglia.

La sicura genealogia dei primi Landi (del ramo principale) inizia con Guglielmo I (documentato dal 1211 al 1236) probabilmente fratello di Alberico e forse figlio di un Antolino, figlio a sua volta di Simone che nel 1207 cedette ai piacentini il castello di Stadera. Certo è che Guglielmo apparteneva ad una famiglia già ricca e potente, e quindi non fu l'iniziatore delle fortune dei Landi, anche se contribuì ad incrementarle in maniera rilevante.

Fu infatti la personalità politica di maggiore rilievo a Piacenza nei primi decenni del XIII secolo: podestà di Vicenza e di Milano nel 1210-11, capo della fazione nobiliare e di fatto arbitro della politica cittadina dal 1221, fu cacciato dalla città nel 1236. A questa disavventura seguì per lunghi anni una specie di eclissi politica ed economica della famiglia, di cui solo dal 1251 si hanno nuovamente notizie documentate, riguardanti Guglielmo II, nipote di Guglielmo I, poi affiancato dal fratello minore che sarà il celebre Ubertino. Questo induce a credere che Guglielmo I sia morto poco dopo il 1236 e che suo figlio Giannone, che fu podestà di Vercelli nel 1229, di poco lo avesse preceduto o seguito nella tomba, lasciando figli ancora in giovane età e non in grado di esercitare attività politiche ed economiche.

Giannone, marito di Mabilia, anch'essa forse appartenente alla famiglia Landi (ma la circostanza non è sicura), già dal 1211 agiva in qualità di procuratore del padre (qualche volta lo sostituì la moglie), ed è documentato che ciò fece fino al 1233.

Come già accennato, Giannone fu padre di Guglielmo II e di Umberto (o Ubertino).

Giacomo Ceruti (1745) - Il marchese Ubertino Landi di Rivalta con sullo sfondo il castello di RivaltaUbertino, nel suo testamento del 1277, ricorda i suoi nipoti Federico e Antolino figli del defunto Federico, nonché Alberico e Guglielmo figli del defunto Ianucino. In realtà i defunti Federico e Ianucino sono da ritenere i veri nipoti del conte Ubertino, in quanto figli del fratello premorto Guglielmo II (a meno che non fossero fratelli minori di Ubertino, sul presupposto che Guglielmo II non avesse avuto figli). In tal modo la genealogia dei Landi, sulla base dei soli documenti inoppugnabili, viene a ridursi a dimensioni più logiche.

E' opportuno dunque dare precisi ragguagli di questi remoti avi della famiglia, poiché furono essi che in realtà ne costituirono il grande patrimonio fondiario. Alberico nel 1216 acquistò dal marchese Guglielmo Pallavicino le proprietà di Scopolo, Pietranera e Grezzo in Val Ceno; Guglielmo II risulta proprietario di gran parte dei beni di Bedonia, Casalzone, Rugarlo, Montarsiccio, Gravago, ecc., mentre suo figlio Giannone, e spesso Mabilia sua moglie, agendo sia in proprio che come procuratori del rispettivo padre e suocero, acquistarono i beni di Barcia e di Costa Geminiana.

Guglielmo II e Ubertino erano proprietari di tutte le terre già state dei loro avi, mentre il primo acquistò i beni di Casalanzone e di Bedonia. Egli morì nel 1254 lasciando la moglie Soprastella e forse dei figli (come già sopra ricordato), così che Ubertino, rimasto il vero capo della famiglia, poté iniziare la sua brillante ascesa politica.

Sulla base di induzioni fondate su documenti (Galvano, figlio di Ubertino, catturato da Carlo d'Angiò nel 1266 nella battaglia di Benevento e sposatosi nel 1280, dopo 14 anni di prigionia, con Marsignina Scotti, doveva essere nato verso il 1240-50) Ubertino sarebbe nato verso il 1220, all'epoca in cui suo nonno Guglielmo I risultava già proprietario di gran parte dei beni in Val Taro. Tra il 1253 e il 1256 Ubertino allargò notevolmente i possessi aviti acquistando il territorio di Bardi e di Bedonia da diversi proprietari, eredi della più antica feudalità locale; nel 1258, inoltre, acquistò dal Comune di Piacenza, che ne era in possesso, i diritti giurisdizionali e fiscali sulle terre e sui castelli delle valli del Taro e del Ceno che già erano stati dei Malaspina (tra cui Borgotaro, Compiano, ecc.).

I rilevanti capitali di cui doveva disporre Ubertino gli provenivano, oltre che dai vasti possedimenti terrieri ereditati, anche da lucrose attività commerciali che egli esercitò e che sono variamente documentate.

Nella seconda metà del Duecento Ubertino, che nel 1250 era stato podestà di Siena, divenne il capo riconosciuto dei ghibellini di Piacenza ed uno dei maggiori rappresentanti di questo partito nell'Italia Padana e non mancò di approfittare della propria posizione politica per consolidare il suo patrimonio; cosa che gli procurò nuove inimicizie, con la conseguenza che nel 1257 fu cacciato dalla città ed il suo palazzo fu distrutto. Ritornò nel 1260 e il 6 febbraio 1263 fu investito dal Vescovo di Bobbio dei feudi di Romagnese, Valverde, Zavattarello, Ruino, e di altri in Val Tidone; dovette poi di nuovo fuggire nel 1267 e si rifugiò nell'Italia meridionale presso il re Corradino di Svevia, che il 15 febbraio 1268 lo investì della contea del Molise, rinnovandogli anche l'investitura per quella di Venafro, e il 10 giugno successivo gli donò altri possessi in Puglia.

Da alcuni documenti parrebbe che il titolo comitale di Venafro fosse stato concesso ad Ubertino già nel 1256 dal re Manfredi e che nel 1264 egli avesse per moglie Isabella d'Aragona, parente del re stesso, ragione per cui i suoi discendenti adottarono il motto « Svevo sanguine laeta », cambiando anche l'originario stemma della famiglia. In realtà è accertato soltanto, in base alle testimonianze dei cronisti più antichi, che il re Manfredi era «consanguineo germano» dei figli di Ubertino, e che il re Federico II d'Aragona e Sicilia, nipote di Manfredi, onorò nel 1296 del titolo di consanguineo e di consigliere il conte Galvano Landi, figlio di Ubertino. Di fatto il matrimonio di Ubertino con la principessa aragonese non è documentabile con certezza.

Mappa raffigurante parte dei castelli che i Landi possedevano nel piacentino fra il 1200 e in 1400Dopo la battaglia di Tagliacozzo (1268) che, con la sconfitta e la morte del re Manfredi di Svevia, segnò il tracollo della parte ghibellina, l'indomito conte si arroccò nei suoi feudi della montagna, con al centro la munita rocca di Bardi, da dove proseguì – appoggiato ad altri signori ghibellini – la sua guerra privata contro il Comune di Piacenza, dominato dalla fazione guelfa. Per anni tenne in scacco le milizie comunali, operando contemporaneamente su fronti diversi e assai distanti (dalla Val Ceno alla Val Tidone ove deteneva la rocca di Zavattarello).

Dopo alterne vicende, in seguito alle quali venne perfino scomunicato, nel 1276, anche per intervento del papa piacentino Gregorio X, Ubertino concluse la pace con il Comune di Piacenza, ove poté finalmente rientrare.

Nel 1278 donò ai frati minori francescani le case che possedeva vicino all'attuale piazza Cavalli e sulla cui area furono costruiti la chiesa e il monastero di S. Francesco.

Riaccesosi il conflitto tra Ubertino e il Comune di Piacenza dopo 1280, allorché la città si trovava sotto l'influenza del guelfo Alberto Scotti, si giunse ad una nuova pace nel 1291 che, tra le varie clausole, prevedeva che il Landi cedesse al Comune la sua rocca di Zavattarello ottenendone in cambio 8000 lire imperiali.

Ubertino morì nel 1298. Dalle nozze con Isabella ebbe Corrado e Galvano (oltre alla figlia Bianca, monaca a Pavia), ma il solo Galvano rientrò a Piacenza nel 1280 dalla prigionia, essendo stato catturato assieme al fratello nel 1266 a Benevento da Carlo d'Angiò, come si è già detto; in seconde nozze Ubertino sposò Adelasia, forse appartenente alla famiglia dei Sannazzaro di Pavia, dalla quale non ebbe figli.

Galvano Landi nel 1296 ricevette in dono dal re di Sicilia (che diceva di essere suo congiunto) varie proprietà in Sicilia, in Val di Noto; egli premorì al padre probabilmente nel 1297. Da Marsignina Scotti, Galvano ebbe vari figli, tra cui si ricordano Ubertino II, forse marito di Caterina Beccaria, che nel 1312 ottenne dall'imperatore Enrico VI la conferma dell'investitura feudale per le sue terre di Borgotaro, Bardi e Compiano, e che morì senza figli nel 1314, nonché Corrado e Manfredo, il quale nel 1314 fu creato cavaliere e il 13 luglio 1327 ottenne dall'imperatore Lodovico il Bavaro la conferma dell'investitura per i castelli della Valtidone, mentre il 22 luglio 1337 fu investito dall'imperatore del feudo di Zavattarello. Nel frattempo, cioè il 26 ottobre 1328, Barnabò, appartenente ad un'altra linea della famiglia, fu investito, sempre dall'imperatore Lodovico il Bavaro, dei castelli di Centenaro e di Carpadasco.

Dei figli di Galvano, solo Corrado ebbe discendenza: marito di Violante, fu padre del cavaliere Corrado, che morì senza prole, nonché di Galvano e di Manfredo.

Galvano, cavaliere, sposò dapprima Giovanna Scotti e poi Margherita Oderisi, dalla quale nacquero Violante, sposata a Giovanni Suardi di Bergamo e Bianca sposata al conte Rinaldo Persico; testò nel 1339 e morì nel 1357.

Stemma dei marchesi Landi di Chiavenna e di RivaltaManfredo, altro figlio di Corrado, ottenne dall'imperatore Lodovico il Bavaro, il 28 novembre 1327, la conferma dell'investitura di Bardi e di Compiano. Partecipò attivamente alla vita politica, e nel 1332 incorse in una scomunica dalla quale fu assolto solo nel 1341: nel 1347 accompagnò a Venezia la moglie di Luchino Visconti signore di Milano. Sposò Sofia, avendone Ubertino e Galvano.

Il primo fu marito di Beatrice e padre di Bianca – sposata con Pietro d'Estremegna e poi con Antonio Landi ­– nonché Barnabò, il quale ottenne il 13 settembre 1405 dal duca di Milano Giovanni Maria Visconti, l'investitura di Veano, di Roncarolo e delle Caselle, sposò Elena Malaspina di Mulazzo – da cui ebbe Andreina, andata sposa al marchese Bartolomeo Pallavicino – e testò nel 1407.

Galvano, l'altro figlio di Manfredo, fu creato cavaliere nel 1385, il 21 febbraio 1405 ottenne dal duca di Milano la conferma dell'investitura dei suoi feudi in Val Taro, che vennero eretti in contea, e il 15 settembre ebbe dallo stesso duca, con la conferma delle investiture precedenti, l'investitura del feudo di Rivalta nonché di quelli di Alseno e delle Caselle; sennonché i feudi della Val di Taro gli si ribellarono, e la rocca di Rivalta poté essere occupata da Galvano solo dopo un lungo conflitto con i Landi di Cereto.

L'ultimo elenco (1802-1803) del consiglio generale di Piacenza, suddiviso nelle quattro classi (Fontana, Landi, Scotti, Anguissola) e nelle tre categorie sociali.Nel 1429 poi, anno della sua morte, Galvano si vide confiscati tutti i feudi sotto l'accusa di ribellione. Sposò dapprima Costanza Zanardi Landi e poi Margherita Malaspina di Villafranca, dalla quale ebbe Violante, moglie di Verzuso Landi di Cereto, Caterina, moglie di Giannone da Capo d'Istria e poi di Luigi Fulgosi, nonché Manfredo, nato postumo.

Il conte Manfredo fu amico fedele e consigliere dei duchi di Milano, Visconti e Sforza, che lo ebbero in grande considerazione; nel 1448 riuscì a ricuperare i feudi confiscati a suo padre; il 23 dicembre 1454 e il 19 dicembre 1466, ottenne la conferma delle investiture concesse ai suoi antenati. Fece erigere e decorare sontuosamente il palazzo Landi posto nella parrocchia di S. Eustachio (oggi sede del Tribunale) chiamandovi alcuni celebri artisti tra cui Gian Pietro da Rho che scolpì il monumentale portale, e restaurò e abbellì il castello di Rivalta, dove risiedeva spesso. Nel 1487 fu creato cittadino milanese, e morì l'anno successivo.

Vedovo di Margherita Anguissola, sposò nel 1468 Antonia Maria, figlia di Antonio Fieschi, la quale gli portò in dote i feudi di Varese Ligure e di Montetanano nonché altre terre, che però dieci anni dopo perdette ad opera degli stessi Fieschi, così come perdette Borgotaro. Dalla prima moglie ebbe Laura Caterina († 1514), seconda moglie di Rolando Pallavicino marchese di Cortemaggiore, Giulia, moglie del nobile Gian Antonio del Majno di Milano, nonché Federico, Corrado e Pompeo.

Nel 1491 i tre maschi divisero l'eredità paterna; a Federico toccarono i beni di Bardi e di Ferriere, a Corrado i beni di Rivalta e di Niviano, a Pompeo i beni di Compiano e delle Caselle del Po. Da loro ebbero origine tre rami della famiglia.

Mappa francese del 1700 rappresenta l'Italia del nord dove tra i ducati di Parma e di Piacenza è rappresentato lo stato dei principi LandiLandi di Bardi (ramo di Federico)

Federico († 1516), marito di Caterina Pallavicino, fu lo stipite della linea di Bardi che fu la più importante della famiglia. Ebbe numerosi figli tra i quali si ricorda Giulio, filosofo, biografo e letterato, autore di numerose pubblicazioni tra cui una descrizione dell'isola di Madera, che egli visitò, e la « Formaggiata », operetta burlesca in cui si fanno le lodi del formaggio piacentino. Egli ricoperse altresì cariche civili e militari assai importanti e venne incaricato di missioni diplomatiche; fu anche nominato governatore di Fermo.

Altri figli di Federico furono Claudio († 1536) marito di Beatrice Pallavicino; Camillo († 1527) marito di Bartolomea Nicelli e Marco Antonio che sposò Costanza Fregoso di Genova. Nella discendenza di costui si riunì l'eredità perché suo fratello Claudio, che era colonnello delle armate imperiali e valoroso combattente, non ebbe prole, e l'altro fratello, Camillo, ebbe solo due figlie, Eleonora e Ippolita, sposate rispettivamente con Alessandro Beccaria e con Gian Maria Landi di Rivalta.

Marco Antonio, che nel 1509 vendette ai Nicelli il possesso e le miniere di Ferriere, fu padre di Caterina († 1570) moglie del conte Giovanni Fermo Trivulzio di Milano, donna di ingegno, avvenenza ed erudizione non comuni, nonché di Agostino († 1555), che portò all'apice il prestigio della famiglia, tanto che ebbe anche l'onore, nel 1529, di ospitare nel suo palazzo adiacente alla chiesa di S. Lorenzo, l'imperatore Carlo V, che a sua volta, nel 1532, lo invitò a Bologna per assistere alla sua incoronazione. Egli si distinse altresì come letterato (fu discepolo del Bembo) come oratore e come mecenate di letterati.

Con il suo matrimonio, contratto nel 1532 con la cugina Giulia Landi delle Caselle, Agostino ricuperò i possessi di Compiano, di Pieve di Bedonia, di varie località di Val Ceno e di Val Taro insieme ai diritti spettanti a Giulia su Varese Ligure. I1 9 novembre 1536 ricevette dall'imperatore Carlo V la conferma delle antiche investiture feudali della sua famiglia nelle Valli del Taro e del Ceno.

Nel 1547 il conte Agostino fu tra i maggiori promotori della congiura che condusse all'uccisione del duca di Piacenza e di Parma Pier Luigi Farnese, il quale in precedenza lo aveva utilizzato in varie missioni diplomatiche a Venezia e a Genova, ma che d'altra parte aveva provocato il suo rancore occupando Borgotaro. I rapporti fra i Landi di questo ramo e i Farnese furono da allora definitivamente compromessi.

Ucciso il Farnese, il Landi esortò la cittadinanza di Piacenza a porsi sotto il dominio dell'imperatore Carlo V, che non cessò di proteggerlo quando egli dovette fuggire da Piacenza.

Infatti, forse per meglio garantirlo contro gli inevitabili tentativi di vendetta dei Farnese ed anche per ricompensarlo della fedeltà costantemente dimostratagli, Carlo V, con alcuni diplomi dati nel 1551 e 1552, lo creò principe del Sacro Romano Impero ed eresse i suoi feudi delle Valli del Taro e del Ceno in principato e in Stato autonomo, dipendente direttamente dal potere imperiale.

L'imperatore, restituito ad Agostino il suo feudo di Borgotaro con diploma del 25 maggio 1551, eresse anche questo – con tutti i territori ad esso pertinenti – in principato, investendone il Landi, al quale venissero contestualmente confermate tutte le precedenti investiture.

Il 22 ottobre dello stesso anno Carlo V eresse Bardi in marchesato, Compiano in contea e Pieve di Bedonia in baronia e ne investì sempre il principe Agostino.

Medagie di federico Landi principe di Val di Taro e marchese di BardiInfine lo stesso imperatore concesse al Landi l'8 aprile del 1552, il titolo di «illustre» e il diritto di battere moneta nei suoi Stati di Borgotaro, Bardi e Compiano; di tale privilegio di zecca i Landi si servirono per oltre un secolo.

Nella persona di Agostino, i Landi di Bardi furono quindi elevati al rango di principi quasi sovrani, e furono la prima casata italiana decorata del titolo di principi del Sacro Romano Impero. Inoltre la loro qualità di feudatari imperiali li mise al riparo dai colpi di mano dei Farnese, smaniosi di annettersi i loro feudi.

Agostino Landi morì a Milano nel 1555 lasciando quattro figli: Ortensia, che si fece monaca, Porzia, moglie del conte Lodovico Gallarati, Manfredo e Claudio, affidati alla tutela della madre e del prozio Giulio, che riuscì a sventare, nel 1556, una ribellione dei loro sudditi di Val Taro.

A Manfredo, primogenito, toccarono il marchesato di Bardi e il principato di Borgotaro, con altri feudi e numerose terre, mentre a Claudio toccarono i beni di Chiavenna, Roncarolo e Veano.

L'imperatore confermò poi a Manfredo, con vari diplomi, tutte le investiture precedenti. Manfredo militò nell'esercito di Carlo V e si distinse nel 1557 nella battaglia di S. Quintino ed in altri combattimenti in Fiandra; a ricompensa dei suoi servizi militari fu creato governatore di Milano, ma non poté prendere possesso della carica poiché mori quasi improvvisamente in Spagna, di ritorno da Madrid ove aveva sposato Giovanna di Cordova e Aragona († 1576), di nobilissima famiglia spagnola, figlia di don Alvaro di Cordova e discendente per parte di madre dai re d'Aragona; suo fratello Claudio, che successe nel principato, ne sposò la giovane vedova.

Claudio, che fu creato cavaliere dell'Ordine di S. Stefano dal Granduca di Toscana, ottenne a sua volta la conferma delle investiture imperiali, ma un suo maldestro tentativo di esigere nuove tasse provocò nel 1578 una ribellione degli abitanti di Borgotaro, che si sottrassero al suo dominio. Avendo poi fatto assassinare in Parma, nel 1581, il nobile Camillo Anguissola, capitano ducale, ed essendo stato accusato di aver tramato contro la vita stessa del duca Ottavio Farnese, fu processato e condannato a morte in contumacia dal duca di Parma; gli furono altresì confiscati i possessi di Roncarolo e di Fontanazza, il palazzo di Piacenza e tutti gli altri beni che gli spettavano nello Stato parmense; in precedenza, nel 1576, aveva venduto il castello di Veano agli Zanardi Landi. Nel 1582 fu coinvolto in una congiura contro il duca Ottavio Farnese, per cui gli furono rinnovati il bando e la condanna capitale. Morì nel 1589 a Bardi. Dei suoi figli si ricordano in particolare Maria, che sposò Ercole Grimaldi signore di Monaco, e Federico che gli successe nel principato e che ereditò dalla zia Porzia Gallarati († 1591) il feudo di Turbigo nel milanese.

Monete dei Landi coniate a Bardi nella prima metà del SeicentoFederico († 1633) ottenne la riconferma delle investiture imperiali, ma non riuscì a ricuperare Borgotaro. Nel 1598 sposò Placidia Spinola († 1644), figlia di Filippo, marchese di Venafro; fu in seguito reggente del principato di Monaco per i nipoti Grimaldi e fu nominato cavaliere del Toson d'Oro. Nel 1617 fu a sua volta condannato a morte in contumacia dal duca di Parma per avere fatto assassinare il prete Cristoforo Mangini ma, protetto dalle milizie imperiali, non corse alcun reale pericolo.

Si rifiutò sempre di accettare l'alta sovranità del duca Ranuccio I Farnese e nel 1626 ottenne dall'imperatore Ferdinando II d'Asburgo di poter trasmettere il suo Stato all'unica figlia legittima superstite, Maria Polissena, che sposò nel 1627 Gian Andrea II Doria, marchese di Torriglia e principe di Melfi, appartenente ad una delle più grandi casate genovesi. I1 diploma imperiale riconosceva a Maria Polissena anche i diritti su Borgotaro, che nel 1614 erano invece stati ceduti all'Impero al duca di Parma.

Maria Polissena successe al padre nel 1633, e fu l'ultima dei Landi di Bardi e Borgotaro; morì nel 1679.

Alla sua morte lo stato Landi della Val Taro venne ereditato dal figlio Gian Andrea III che aggiunse al proprio cognome quello dei Landi. Ma Gian Andrea Doria Landi, che aveva sposato la romana Anna Pamphili, ultima erede del suo doviziosissimo casato, si stabilì a Roma perdendo così interesse alla conservazione dei feudi materni che erano invece agognati dai Farnese i quali da tempo tentavano, anche con atti di ostilità, di entrarne in possesso. Ranuccio II approfittò di questa occasione e riuscì nel 1682 ad acquistare, per settecentomila scudi d'oro e con benestare imperiale, l'intero Stato Landi dal principe Gian Andrea III, che cedette al duca di Parma anche i beni allodiali, compreso il castello di Bardi, che era diventato l'abituale residenza dei principi Landi. Il ricchissimo archivio della famiglia fu però interamente trasferito a Roma, nel palazzo Doria, ove attualmente ancora si trova.

Monete dei landi in oro e in argento coniate in Compiano e Bardi nel 1600Landi delle Caselle (ramo di Pompeo)

Questo ramo ebbe origine da Pompeo, terzo figlio di Manfredo, al quale furono assegnati nel 1491, in seguito a divisioni con i fratelli Federico e Corrado, il feudo delle Caselle (attualmente nell'Oltrepo milanese ma allora nella fascia rivierasca piacentina), e quelli di Compiano, e di Bedonia nell'alta Val di Taro, che ben presto passarono, per un matrimonio, al ramo dei Landi di Bardi.

Da Pompeo e da Laura dei marchesi Pallavicino nacquero Tidea, sposata al nobile Giovanni da Tolentino, nonché Manfredo e Gian Ludovico. Pompeo testò nel 1530. Manfredo, marito di Caterina Visconti di Milano, premorì al padre lasciando Giulia († 1546) e un figlio naturale legittimato, Cesare, che morì combattendo valorosamente a Tunisi nel 1535. Giulia, che sposò Agostino Landi di Bardi (1532), divise con lo zio Gian Lodovico i beni già di Pompeo: a Giulia furono assegnati Compiano e Bedonia, mentre a Gian Lodovico furono assegnate le Caselle con gli altri beni in pianura.

Dalle nozze di Gian Lodovico con Lucrezia dei conti Scotti di Sarmato nacquero vari figli tra cui Laura, moglie del conte Galeazzo Scotti e Costanzo († 1564), dottore collegiato nel 1549, che ebbe vasti interessi culturali e pubblicò vari scritti di poesia, di giurisdizione ed un'opera di numismatica sulle medaglie romane, che gli diede una certa celebrità. Altri figli di Gian Lodovico furono Manfredo, che sposò Luisa Radini Tedeschi e fu padre di Sulpizia sposata al conte Alberto Scotti e Nicolò, che dalla moglie Giovanna Maria Barattieri ebbe Cristoforo, il quale sposò Barbara dei conti Caracciolo di Macerato, e il 2 marzo 1594 cedette ai Farnese i diritti che vantava sul feudo di Compiano.

Figli di Cristoforo furono Galvano, cavaliere di Malta, nonché Francesco e Nicolò († 1666 cc), che sposarono rispettivamente Eleonora e Caterina († 1668 cc) dei conti Radini Tedeschi. Il 10 gennaio 1648 Francesco e Nicolò acquistarono il castello e le terre di Chiavenna nella pianura piacentina, che l'11 febbraio successivo furono ereditati dal duca Ranuccio II Farnese in marchesato per Nicolò e per i suoi discendenti maschi primogeniti; mancando questa linea venne chiamata alla successione quella del fratello Francesco. I1 30 gennaio 1649 la località di Mezzano Costa Gramigna fu unita all'adiacente feudo di Caselle che i Landi da secoli già possedevano, mentre il 25 febbraio 1651 Nicolò ottenne, con titolo comitale, anche i feudi di Villò, Albarola e Colonese, con successione al nipote Pompeo figlio di Francesco. I1 marchese Nicolò non ebbe discendenza e testò nel 1650 chiamando erede il fratello. Francesco, che succedette nei feudi e nei titoli al suddetto Nicolò, ebbe invece Pompeo, Gian Battista, e Felice il quale, resosi inviso a Francesco Farnese, fu incarcerato a Bardi e poi espulso dallo Stato dopo romanzesche vicende diplomatiche; cavaliere di Malta, ottenne la commenda del gran priorato di Barletta e morì a Malta nel 1726; egli fece edificare il palazzo di Caselle.

Il marchese Pompeo († 1721 m), primogenito di Francesco, sposò Polissena dei conti Scotti, fu padre di Lucrezia, Eleonora e Maddalena, sposate rispettivamente con il conte Giovanni Nicelli, con il conte Gian Battista Radini Tedeschi (1677) e con il marchese Angelo Malaspina di S. Margherita (1708 u), nonché Francesco († 1716 a Vienna), cavaliere di Malta e gentiluomo di camera dell'imperatore Carlo IV, e Costanzo († 1739 m), che sposò Barbara dei conti Canossi († 1748 m) dalla quale non ebbe figli.

Il conte Gian Battista († 1722 nn), fratello del marchese Pompeo, letterato e diplomatico farnesiano, già negli ultimi anni del Seicento abitava nella parrocchia di S. Stefano, sullo Stradone Farnese, dove fece costruire il sontuoso palazzo che è tuttora sede della famiglia (n. civico 324: in precedenza i Landi delle Caselle avevano abitato in un ampio palazzo di via Borghetto contiguo alla chiesa di S. Maria degli Speroni, ora S. Fermo, che fu in seguito alienato.

Moglie di Gian Battista fu Gerolama dei marchesi Appiani d'Aragona († 1765 nn), e furono suoi figli Eleonora, sposata al conte Carlo Rossi Salvatico, Uberto, Francesco Maria e Federico († 1773 m): quest'ultimo, che nel 1734 uccise il fratello Uberto nel corso di una lite, dalla moglie Paola dei conti Foppa ebbe solo una figlia, Maria Teresa, sposata al conte Domenico della Porta.

Discendenza maschile ebbe invece Francesco Maria († 1769 mm), che sposò Ottavia Pallavicino dei marchesi di Tabiano († 1793 nn), e fu padre di Giambattista († 1806), di Cristoforo († 1808) e di Rossana, che andò sposa al conte Annibale della Somaglia (1771 nn) e fu donna di rara intelligenza e cultura; l'amore per l'arte e per la scienza, del resto, fu comune ai suoi fratelli, e soprattutto a Giambattista, che fu il protettore e il mecenate del pittore Gaspare Landi.

Giambattista sposò Isotta dei marchesi Pindemonte († 1826), sorella del celebre Ippolito e donna di avvenenza, d'ingegno e di cultura non comuni, attorno alla quale si riunì la società intellettuale piacentina dei suoi tempi. Uguale dedizione alla cultura ebbero i figli di Giambattista e di Isotta: Gerolama, moglie del marchese Annibale Bellisomi di Pavia (1800 nn) e Ferdinando († 1853 a Siena), distinto letterato e matematico, appassionato bibliofilo che ebbe il merito di destinare ad uso pubblico l'enorme e preziosa biblioteca in gran parte da lui raccolta, ricca di manoscritti e di edizioni antiche, rare e pregiate. Egli fu presidente del Magistrato degli Studi di Piacenza (a cui competeva il controllo della pubblica istruzione), ricoperse inoltre cariche primarie presso la corte ducale, tra cui quelle di ciambellano e grande di Corte, di senatore gran croce dell'Ordine Costantiniano e di gran cancelliere dell'Ordine di S. Lodovico.

 

Gaspare Landi - La famiglia del marchese Gian Battista Landi di ChiavennaLo stesso Ferdinando fu marito (1803) di Angela dei marchesi Grimaldi Granata di Genova († 1836), dalla quale ebbe Ottavia e Sofia, rispettivamente sposate al duca Federico Fogliani Sforza (1828) e al conte Ferdinando Scotti di S. Giorgio (1835), nonché Giambattista, coniugato con Teresa dei marchesi Bellini († 1887), che premorì nel 1848 al padre. Giambattista lasciò Angela ed Anna, sposate rispettivamente al conte Gerolamo Leoni (1856) e al marchese Tito Honorati (1867), nonché Alfonso, Federico, Lodovico e Ubertino.

Alfonso († 1919) che ebbe poi rovesci di fortuna, si distinse anche in campo politico fra le personalità piacentine più in vista del laicato cattolico e fu insignito dal Pontefice dell'Ordine Piano; dalla moglie Emilia dei conti Coardi di Balangero († 1922) ebbe Maria, sposata al marchese Giuseppe Casati (1884), e Paola, sposata al marchese Alfredo d'Albertas (1886).

Federico (†1922), che pure lui, negli ultimi anni della sua vita visse in condizioni economicamente disagiate, sposò Anna dei conti Boschetti di Modena († 1895) e fu padre di Antonietta, maritata con Giambattista Rombo genovese, e di Gian Battista, morto celibe nel 1915.

Lodovico († 1899) da Giulia dei conti Litta Modignani († 1932) ebbe Giovanna, sposata al conte Giuseppe Radini Tedeschi e Luigi († 1921) che sposò Paola Gatti († 1965), nipote del vescovo Scalabrini.

Ubertino († 1916) sposò Annetta dei conti Anguissola Scotti († 1933) e fu padre di Teresa e di Ottavia – sposate rispettivamente con il conte Agostino Cigala Fulgosi e con il conte Gian Battista Pignatti Morano, modenese –, nonché di Francesco († 1948), marito di Anna dei conti Zanardi Landi († 1916) e padre di Ferdinando († 1975), marito di Maria Celeste dei marchesi Riandrà Trecchi di Reaglie († 1966).

La discendenza di Luigi, figlio di Lodovico, come quella di Francesco, figlio di Ubertino, è tuttora rappresentata.

Anche i Landi delle Caselle si segnalano come una famiglia particolarmente cospicua per il rango sociale, per il valore di alcuni personaggi, oltre che per il censo. Va notato peraltro che le sostanze della famiglia, che agli inizi dell'Ottocento erano ulteriormente aumentate per eredità dei beni dei rami di Rivalta e di Niviano, subirono gravi colpi nella seconda metà dello stesso secolo per le troppe suddivisioni e per varie vicissitudini amministrative, che tuttavia non impedirono le conservazioni dei beni delle Caselle, tuttora posseduti dai discendenti di Ubertino, insieme al palazzo sullo Stradone Farnese, ricuperato per eredità dalla duchessa Clelia Fogliani, ed al castello di Vigolzone, acquistato ai primi di questo secolo.

Landi di Rivalta (ramo di Corrado)

Questo ramo della famiglia ebbe come stipite Corrado, figlio di Manfredo, cui nel 1491 erano toccati il castello e le proprietà di Rivalta. In seguito per disposizione testamentaria di Ermellina Grassi Visconti, che ne era proprietaria ottenne in enfiteusi dall'Ospedale di Piacenza i beni e il castello di Niviano.

Nel 1500 il conte Corrado, che era consigliere ducale ed era fedelissimo della dinastia sforzesca, diede asilo nel castello di Rivalta al cardinale Guido Ascanio Sforza, in fuga da Milano ove erano i francesi di Luigi XII. Ma le milizie del sovrano francese riuscirono a penetrare nel castello catturandovi il cardinale; poco dopo anche Corrado fu inviato in Francia, prigioniero. Liberato, ottenne nel 1507 di poter tenere il mercato nel suo feudo di Rivalta. Dalle sue. nozze con la milanese Costanza del Majno, sorella del grande giurista Giasone, ebbe vari figli tra i quali si ricordano Cornelia e Bianca, sposate rispettivamente con Luca Spinola e con Rinaldo Ariosto, Ermellina moglie di Daniele Radini Tedeschi, Ubertino, Ottavio I e Alessandro che diedero origine a tre linee.

- Linea di Ubertino

Ubertino sposò Elena Caccia ed ebbe Eleonora e Costanza, – sposate rispettivamente con il marchese Massimiliano Fogliani Sforza e con il conte Ottaviano Caracciolo di Pradovera – nonché Corrado, il quale dalla cremonese Laura dei conti Stanga ebbe la figlia Lucrezia, che sposò il cugino Camillo Landi di Rivalta, e Ascanio. Quest'ultimo, marito di Briseide Malaspina di Mulazzo, fu padre di Ubertino, morto combattendo contro i Turchi, di Emilia moglie di Gian Luigi Scotti di Campremoldo e di Camillo. Costui sposò in prime nozze Paola Paveri Fontana – dalla quale ebbe Margherita, coniugata nel 1592 con il nobile Orazio Portasavelli – e in seconde nozze sposò Minerva Anguissola di Gazzola, che gli portò i beni di Casa Soprana in Val Luretta. Con Camillo, che non ebbe discendenti dal suo secondo matrimonio, si estinse questa linea.

- Linea di Ottaviano

Ottaviano I, altro figlio di Corrado Landi, divenne un illustre giurista, fu ammesso al Collegio dei Dottori e Giudici nel 1550 ed insegnò all'Università di Pisa nel 1549; si distinse anche come letterato. Sposò Lucia Vistarini di Lodi ed ebbe: Ersilia e Claudia – sposate rispettivamente al conte Anton Maria Anguissola di Podenzano e al cavaliere Gian Battista Anguissola di Gazzola, Fabrizio arciprete di Pieve Dugliara e canonico, che beneficò in morte l'Ospizio delle orfane (1574) e Giasone. Quest'ultimo fu marito di Costanza Scotti di Agazzano da cui nacquero: Teofila, moglie di Carlo Seccamelica benefattrice dell'Ospizio delle orfane, Muzio, che nel 1582 fu coinvolto in una congiura contro il duca Ottavio Farnese, e Ottaviano II, che vedovo di Laura Malvicini Fontana, sposò Porzia d'Aragona († 1607 cc) e lasciò solo tre figlie, Barbara (di primo letto), Eleonora e Costanza, sposate rispettivamente con Gian Battista Barattieri, con Ippolito Landi di Rivalta, e con Teodoro Landi del Mezzano (1603 w).

- Linea di Alessandro

Alessandro, terzo figlio di Corrado, sposò dapprima Sara dei conti Stanga, e poi Isabella dei conti Anguissola.

Fu padre di numerosi figli tra cui: Sara moglie del conte Antonio Caracciolo, Gian Maria, Cristoforo, marito di Gerolama Colombi dalla quale ebbe solo Ippolita sposata con Zenone Pusterla, Giulio, che sposò Arcangela Anguissola e fu padre di Sara, moglie del nobile Innocenzo Anguissola, di Virginia moglie di Michele Romignani (1570 cc), nonché di Cesare, cui toccarono i beni di Scrivellano, e che non ebbe figli dalla moglie Paola Mancassola, – mentre ebbe un figlio naturale, Lazzaro († 1654 mm) che sposò Laura Anguissola di Pigazzano e non ebbe discendenza.

Gian Maria, altro figlio di Alessandro Landi, rinnovò i legami con il ramo di Bardi attraverso le sue nozze con Ippolita Landi, dalla quale ebbe Costanza, moglie del conte Roberto Caracciolo, Giulia sposata con il conte Ludovico Arcelli e poi con il conte Claudio della Veggiola, e Camillo Cristoforo sposato con Lucrezia Landi dello stesso ramo di Rivalta.

Ippolito († 1639 cc), figlio di Camillo Cristoforo, fu governatore di Sabbioneta nel 1629; mediante il suo matrimonio con Eleonora Landi figlia di Ottaviano riunì definitivamente le due linee di Rivalta.

Ippolito ebbe vari figli: Carlo cavaliere di Malta († 1675 cc), Alessandro arciprete della cattedrale iscritto al Collegio dei Dottori e Giudici nel 1652, Camilla, moglie di Guido Barattieri (1631 cc), Isabella, moglie di Ferrante Portapuglia (1614 e), Giulia, moglie del reggiano conte Alessandro Cassoli, Angela che, vedova di Ottavio Portapuglia, sposò il conte Ferrante Anguissola d'Altoè (1627), Ottaviano († 1658 cc) che sposò Lucrezia Tedaldi († 1661). Quest'ultimo fu padre di Ernando, arciprete di Tuna ove fece riedificare la chiesa parrocchiale, e di Corrado, che sposando Cassandra Anguissola di S. Damiano († 1723 ff), coerente della sua famiglia, acquistò ingenti proprietà. Già dal ‘600 comunque i Landi di Rivalta erano una delle più ricche famiglie della città e possedevano fra l'altro un palazzo nella via S. Antonino (n. 35).

All'estinzione della linea primogenita di Bardi, i Landi di Rivalta avrebbero potuto, come più prossimi agnati, avanzare legittime pretese sui feudi della Val di Taro; quindi, per tacitarli, il duca Ranuccio II Farnese, che nel 1682 aveva acquistato dai Doria Landi, venne a convenzioni con Corrado e con il suo primogenito Ippolito, i quali con atto del 2 luglio 1687 cedettero al duca tutte le ragioni di loro spettanza sui feudi Landi di Val Taro e di Val Ceno e ricevettero in cambio il feudo di Gambaro e degli Edifici in Val Nure, eretto per l'occasione in marchesato e riservato alla linea primogenita della famiglia.

Oltre al primogenito lppolito, Corrado ebbe Adriano, secondogenito, cui furono assegnati i beni ed il castello di Niviano, mentre Rivalta e Gambaro rimanevano ad Ippolito.

Discendenza di Ippolito (marchesi di Gambaro e conti di Rivalta)

Il detto Ippolito († 1738 cc), dottore in legge, ascritto al Collegio dei Dottori e dei Giudici nel 1687, letterato e autore di opere di carattere storico, sposò Margherita dei conti Marazzani, e poi Isabella Fogliani Sforza; dalla prima moglie ebbe vari figli tra i quali Ermellina moglie del conte Domenico Scotti di Sarmato, Flerida sposata a Colorno nel 1714 al marchese Gian Battista Mischi, Ubertino e Francesco.

Ubertino (1687-1760) fu forse il migliore poeta e letterato piacentino del Settecento, promosse la fondazione della Colonia Arcadica piacentina e dell'Accademia fisico-matematica, tenne corrispondenza con vari scienziati e letterati e lasciò numerose pubblicazioni nonché alcuni interessanti diari (inediti) contenenti varie memorie e curiose osservazioni di costume, riguardanti i suoi viaggi in Europa. Dalle sue nozze con Anna Caterina dei conti Scotti di Sarmato (l 1758) ebbe solo figli che morirono in giovane età: gli successe quindi il fratello Francesco († 1772 cc), pure distinto letterato, che contrasse tre matrimoni: con Maria dei conti Anguissola di Vigolzone († 1746 cc), con Beatrice dei conti Arrigozzi di Cremona († 1762 cc), e Veronica dei conti Caracciolo († 1765), dalla quale madre ebbe Luisa, moglie del conte Giuseppe Radini Tedeschi (1784 cc). Dalle prime nozze era nato Giuseppe, marito di Lodovica dei conti Soprani († 1835), che fece restaurare ed abbellire il castello di Rivalta. Morì senza figli nel 1808, ultimo della linea marchionale di Rivalta; i beni della famiglia, dopo lunghe controversie, toccarono al ramo Landi delle Caselle.

Discendenza di Adriano (conti di Niviano)

Pochi anni dopo si estinse la linea comitale di Niviano, i cui membri abitavano generalmente nel castello del loro feudo; il loro stipite, il conte Adriano († 1742), marito di Laura dei conti Canossi († 1760), ebbe Marianna moglie del conte Polidoro Rugarli (1738 kk), Lucrezia sposata con Prospero Volpini di Parma, Alba moglie del nobile Giuseppe Lattanzi (1755), e Antonio († 1791 nn) che sposò la nobile Marianna Cipelli († 1776) erede della sua famiglia.

Antonio fu padre di Lucrezia († 1820) e di Adriano († 1816), che dalla moglie nob. Giovanna Boselli († 1831) non ebbe figli. Con loro si estinse pertanto la linea dei Landi di Niviano, la cui eredità fu pure raccolta dai Landi delle Caselle.

Landi di Cereto

I Landi di Cereto hanno come stirpe sicuro Ruffino morto forse nel 1316. Pochissimo attendibile è invece l'opinione che Ruffino fosse figlio di Fiammingo, che a sua volta sarebbe stato figlio di Alberico (ma che invece, quasi sicuramente, fu figlio di Gherardo). Infatti, Fiammingo Landi, fervente ghibellino amico e partigiano di Ubertino Landi, risulta in vita nel 1216, così che difficilmente potrebbe essere stato padre di Ruffino, che morì cent'anni dopo; nulla comunque dimostra che Fiammingo fosse figlio di Alberico, che fu suo contemporaneo e che comunque non è stipite della linea bardigiana. Con la conseguenza che il ramo dei Landi di Cereto solo in via d'ipotesi si può riagganciare alla famiglia di Ubertino. È invece sicuro che possedeva il castello di Rivalta, acquistato appunto dai nobili di Rivalta, e quello di Cereto, da cui trasse il predicato e di cui ebbe anche il possesso feudale nel 1489, per investitura dei duchi di Milano.

Da Ruffino nacquero cinque figli: Opizzo detto Vergiuso, Fiammingo, Oberto (marito di Alasina Zanardi Landi), Nicolò (che testò nel 1323) e Giovanni.

Il più noto è senz'altro Opizzo detto Vergiuso, che da amico e sostenitore dei Visconti divenne a un tratto loro acerrimo nemico, e postosi al servizio del papa cacciò nel 1322 da Piacenza le truppe viscontee che precedentemente avevano assediato il suo castello di Rivalta. Nominato governatore pontificio di Piacenza abbandonò poi la carica continuando a militare a favore del papa; morì a Bologna nel 1328.

In epoca successiva si favoleggiò che il suo voltafaccia contro i Visconti fosse dovuto alla gelosia nei riguardi di Galeazzo Visconti, che gli avrebbe insidiato la moglie Bianchina Landi; su questo episodio, peraltro non documentato dalla fonti e probabilmente leggendario – tanto più che la moglie di Vergiuso si chiamava Ermellina ed apparteneva alla casata dei Bagarotti – fu scritto nell'Ottocento, un romanzo storico dal piacentino Luigi Marzolini, che, dal nome della protagonista, si intitolò appunto Bianchina Landi .

Da Vergiuso I nacquero Bertrando, che fu assassinato nel 1364 dagli Scotti con i quali era in lite, e che non ebbe prole dalla moglie Marghenta, nonché Francesca ed Elena, sposate rispettivamente ai nobili Bernardo Aghinoni e Pietro Zanardi Landi, i cui discendenti vendettero Rivalta, nel 1376, ai Landi di Bardi.

La famiglia continuò con la discendenza dell'ultimo figlio di Ruffino, Giovanni, cui era rimasto il castello di Cereto.