RAMO DEI LANDI DI BARDI

 

Federico († 1516), marito di Caterina Pallavicino, fu lo stipite della linea di Bardi che fu la più importante della famiglia. Ebbe numerosi figli tra i quali si ricorda Giulio, filosofo, biografo e letterato, autore di numerose pubblicazioni tra cui una descrizione dell’isola di Madera, che egli visitò, e la « Formaggiata », operetta burlesca in cui si fanno le lodi del formaggio piacentino.
Egli ricoperse altresì cariche civili e militari assai importanti e venne incaricato di missioni diplomatiche; fu anche nominato governatore di Fermo. Altri figli di Federico furono Claudio († 1536) marito di Beatrice Pallavicino; Camillo († 1527) marito di Bartolomea Nicelli e Marco Antonio che sposò Costanza Fregoso di Genova.
Nella discendenza di costui si riunì l’eredità perché suo fratello Claudio, che era colonnello delle armate imperiali e valoroso combattente, non ebbe prole, e l’altro fratello, Camillo, ebbe solo due figlie, Eleonora e Ippolita, sposate rispettivamente con Alessandro Beccaria e con Gian Maria Landi di Rivalta. Marco Antonio, che nel 1509 vendette ai Nicelli il possesso e le miniere di Ferriere, fu padre di Caterina († 1570) moglie del conte Giovanni Fermo Trivulzio di Milano, donna di ingegno, avvenenza ed erudizione non comuni, nonché di Agostino († 1555), che portò all’apice il prestigio della famiglia, tanto che ebbe anche l’onore, nel 1529, di ospitare nel suo palazzo adiacente alla chiesa di S. Lorenzo, l’imperatore Carlo V, che a sua volta, nel 1532, lo invitò a Bologna per assistere alla sua incoronazione.
Egli si distinse altresì come letterato (fu discepolo del Bembo) come oratore e come mecenate di letterati. Con il suo matrimonio, contratto nel 1532 con la cugina Giulia Landi delle Caselle, Agostino ricuperò i possessi di Compiano, di Pieve di Bedonia, di varie località di Val Ceno e di Val Taro insieme ai diritti spettanti a Giulia su Varese Ligure. I1 9 novembre 1536 ricevette dall’imperatore Carlo V la conferma delle antiche investiture feudali della sua famiglia nelle Valli del Taro e del Ceno.
Nel 1547 il conte Agostino fu tra i maggiori promotori della congiura che condusse all’uccisione del duca di Piacenza e di Parma Pier Luigi Farnese, il quale in precedenza lo aveva utilizzato in varie missioni diplomatiche a Venezia e a Genova, ma che d’altra parte aveva provocato il suo rancore occupando Borgotaro.
I rapporti fra i Landi di questo ramo e i Farnese furono da allora definitivamente compromessi. Ucciso il Farnese, il Landi esortò la cittadinanza di Piacenza a porsi sotto il dominio dell’imperatore Carlo V, che non cessò di proteggerlo quando egli dovette fuggire da Piacenza.
Infatti, forse per meglio garantirlo contro gli inevitabili tentativi di vendetta dei Farnese ed anche per ricompensarlo della fedeltà costantemente dimostratagli, Carlo V, con alcuni diplomi dati nel 1551 e 1552, lo creò principe del Sacro Romano Impero ed eresse i suoi feudi delle Valli del Taro e del Ceno in principato e in Stato autonomo, dipendente direttamente dal potere imperiale. L’imperatore, restituito ad Agostino il suo feudo di Borgotaro con diploma del 25 maggio 1551, eresse anche questo – con tutti i territori ad esso pertinenti – in principato, investendone il Landi, al quale venissero contestualmente confermate tutte le precedenti investiture. Il 22 ottobre dello stesso anno Carlo V eresse Bardi in marchesato, Compiano in contea e Pieve di Bedonia in baronia e ne investì sempre il principe Agostino.
Infine lo stesso imperatore concesse al Landi l’8 aprile del 1552, il titolo di «illustre» e il diritto di battere moneta nei suoi Stati di Borgotaro, Bardi e Compiano; di tale privilegio di zecca i Landi si servirono per oltre un secolo.
Nella persona di Agostino, i Landi di Bardi furono quindi elevati al rango di principi quasi sovrani, e furono la prima casata italiana decorata del titolo di principi del Sacro Romano Impero. Inoltre la loro qualità di feudatari imperiali li mise al riparo dai colpi di mano dei Farnese, smaniosi di annettersi i loro feudi. Agostino Landi morì a Milano nel 1555 lasciando quattro figli: Ortensia, che si fece monaca, Porzia, moglie del conte Lodovico Gallarati, Manfredo e Claudio, affidati alla tutela della madre e del prozio Giulio, che riuscì a sventare, nel 1556, una ribellione dei loro sudditi di Val Taro.

 

 

A Manfredo, primogenito, toccarono il marchesato di Bardi e il principato di Borgotaro, con altri feudi e numerose terre, mentre a Claudio toccarono i beni di Chiavenna, Roncarolo e Veano. L’imperatore confermò poi a Manfredo, con vari diplomi, tutte le investiture precedenti. Manfredo militò nell’esercito di Carlo V e si distinse nel 1557 nella battaglia di S. Quintino ed in altri combattimenti in Fiandra; a ricompensa dei suoi servizi militari fu creato governatore di Milano, ma non poté prendere possesso della carica poiché mori quasi improvvisamente in Spagna, di ritorno da Madrid ove aveva sposato Giovanna di Cordova e Aragona († 1576), di nobilissima famiglia spagnola, figlia di don Alvaro di Cordova e discendente per parte di madre dai re d’Aragona; suo fratello Claudio, che successe nel principato, ne sposò la giovane vedova.
Claudio, che fu creato cavaliere dell’Ordine di S. Stefano dal Granduca di Toscana, ottenne a sua volta la conferma delle investiture imperiali, ma un suo maldestro tentativo di esigere nuove tasse provocò nel 1578 una ribellione degli abitanti di Borgotaro, che si sottrassero al suo dominio.
Avendo poi fatto assassinare in Parma, nel 1581, il nobile Camillo Anguissola, capitano ducale, ed essendo stato accusato di aver tramato contro la vita stessa del duca Ottavio Farnese, fu processato e condannato a morte in contumacia dal duca di Parma; gli furono altresì confiscati i possessi di Roncarolo e di Fontanazza, il palazzo di Piacenza e tutti gli altri beni che gli spettavano nello Stato parmense; in precedenza, nel 1576, aveva venduto il castello di Veano agli Zanardi Landi.
Nel 1582 fu coinvolto in una congiura contro il duca Ottavio Farnese, per cui gli furono rinnovati il bando e la condanna capitale. Morì nel 1589 a Bardi. Dei suoi figli si ricordano in particolare Maria, che sposò Ercole Grimaldi signore di Monaco, e Federico che gli successe nel principato e che ereditò dalla zia Porzia Gallarati († 1591) il feudo di Turbigo nel milanese. Federico († 1633) ottenne la riconferma delle investiture imperiali, ma non riuscì a ricuperare Borgotaro.
Nel 1598 sposò Placidia Spinola († 1644), figlia di Filippo, marchese di Venafro; fu in seguito reggente del principato di Monaco per i nipoti Grimaldi e fu nominato cavaliere del Toson d’Oro.
Nel 1617 fu a sua volta condannato a morte in contumacia dal duca di Parma per avere fatto assassinare il prete Cristoforo Mangini ma, protetto dalle milizie imperiali, non corse alcun reale pericolo. Si rifiutò sempre di accettare l’alta sovranità del duca Ranuccio I Farnese e nel 1626 ottenne dall’imperatore Ferdinando II d’Asburgo di poter trasmettere il suo Stato all’unica figlia legittima superstite, Maria Polissena, che sposò nel 1627 Gian Andrea II Doria, marchese di Torriglia e principe di Melfi, appartenente ad una delle più grandi casate genovesi. I1 diploma imperiale riconosceva a Maria Polissena anche i diritti su Borgotaro, che nel 1614 erano invece stati ceduti all’Impero al duca di Parma.
Maria Polissena successe al padre nel 1633, e fu l’ultima dei Landi di Bardi e Borgotaro; morì nel 1679. Alla sua morte lo stato Landi della Val Taro venne ereditato dal figlio Gian Andrea III che aggiunse al proprio cognome quello dei Landi.
Ma Gian Andrea Doria Landi, che aveva sposato la romana Anna Pamphili, ultima erede del suo doviziosissimo casato, si stabilì a Roma perdendo così interesse alla conservazione dei feudi materni che erano invece agognati dai Farnese i quali da tempo tentavano, anche con atti di ostilità, di entrarne in possesso.
Ranuccio II approfittò di questa occasione e riuscì nel 1682 ad acquistare, per settecentomila scudi d’oro e con benestare imperiale, l’intero Stato Landi dal principe Gian Andrea III, che cedette al duca di Parma anche i beni allodiali, compreso il castello di Bardi, che era diventato l’abituale residenza dei principi Landi. Il ricchissimo archivio della famiglia fu però interamente trasferito a Roma, nel palazzo Doria, ove attualmente ancora si trova.