LE ORIGINI 

Varie sono le ipotesi circa l’origine di questa famiglia che fu tra le più illustri di Piacenza e che raggiunse, almeno con la linea principale, un rango sociale – quello dei principi sovrani dipendenti dal solo imperatore – che nessun’altra famiglia piacentina poté conseguire.

Il cognome originariamente era «de Andito» e non mancarono cronisti che lo collegarono appunto ad un andito esistente nelle adiacenze della chiesa di S. Maria del Cairo (ora S. Apollonia), nelle cui vicinanze i Landi ebbero le loro prime dimore.
È possibile che i Landi fossero effettivamente di antichissima origine piacentina e che le loro fortune iniziali fossero dovute alle attività mercantili e soprattutto bancarie, su scala internazionale; altrimenti ben difficilmente avrebbero potuto disporre dei capitali necessari per acquistare estensioni di terreno nelle montagne piacentine e nelle valli del Ceno e del Taro.
Le proprietà di Alseno e quelle vicine al Po, a Roncarolo e a Castelnuovo Bocca d’Adda, pare fossero le loro più antiche; quelle di Castelnuovo Bocca d’Adda, in particolare, forse provenivano dalla famiglia dei conti di Lomello.
Non è possibile rintracciare lo stipite comune dei vari rami Landi, alcuni dei quali assunsero cognomi differenti.
In età medievale il casato si presenta come una tipica consorteria gentilizia. Certo è che già nel XII secolo esistevano persone con questo cognome non collegabili genealogicamente tra loro né con coloro che vivevano nel secolo successivo e dai quali certamente discende la famiglia attualmente rappresentata.
Alcuni di questi Landi diedero poi origine a famiglie collaterali che si denominarono anche col soprannome di qualche antenato: Volpe, Zanardi, Mazzucchi, Malvisi, Buffa, ecc., taluna delle quali è giunta fino ai nostri giorni. Peraltro anche altre famiglie Landi che raggiunsero l’età moderna non sono collegabili con sicurezza con le linee principali, la cui genealogia fu pubblicata per la prima volta nel 1603 dal Mariani, il quale tuttavia prese non pochi abbagli che indussero in errore anche autori successivi.
Molti di questi primi Landi ricoprirono cariche importanti (Bonizzone fu console di Piacenza nel 1132, Ghislerio fu podestà di Pontremoli nel 1197, Giacomo lo fu di Padova nel 1210, e molte decine di altri Landi ricoprirono in seguito dignità consolari a Piacenza o incarichi pubblici in altre città); ciò dimostra che la ricchezza dei Landi era di antica data e che era comune a tutti i rami della famiglia.
La sicura genealogia dei primi Landi (del ramo principale) inizia con Guglielmo I (documentato dal 1211 al 1236) probabilmente fratello di Alberico e forse figlio di un Antolino, figlio a sua volta di Simone che nel 1207 cedette ai piacentini il castello di Stadera.
Certo è che Guglielmo apparteneva ad una famiglia già ricca e potente, e quindi non fu l’iniziatore delle fortune dei Landi, anche se contribuì ad incrementarle in maniera rilevante. Fu infatti la personalità politica di maggiore rilievo a Piacenza nei primi decenni del XIII secolo: podestà di Vicenza e di Milano nel 1210-11, capo della fazione nobiliare e di fatto arbitro della politica cittadina dal 1221, fu cacciato dalla città nel 1236. A questa disavventura seguì per lunghi anni una specie di eclissi politica ed economica della famiglia, di cui solo dal 1251 si hanno nuovamente notizie documentate, riguardanti Guglielmo II, nipote di Guglielmo I, poi affiancato dal fratello minore che sarà il celebre Ubertino.
Questo induce a credere che Guglielmo I sia morto poco dopo il 1236 e che suo figlio Giannone, che fu podestà di Vercelli nel 1229, di poco lo avesse preceduto o seguito nella tomba, lasciando figli ancora in giovane età e non in grado di esercitare attività politiche ed economiche. Giannone, marito di Mabilia, anch’essa forse appartenente alla famiglia Landi (ma la circostanza non è sicura), già dal 1211 agiva in qualità di procuratore del padre (qualche volta lo sostituì la moglie), ed è documentato che ciò fece fino al 1233. Come già accennato, Giannone fu padre di Guglielmo II e di Umberto (o Ubertino). Ubertino, nel suo testamento del 1277, ricorda i suoi nipoti Federico e Antolino figli del defunto Federico, nonché Alberico e Guglielmo figli del defunto Ianucino. In realtà i defunti Federico e Ianucino sono da ritenere i veri nipoti del conte Ubertino, in quanto figli del fratello premorto Guglielmo II (a meno che non fossero fratelli minori di Ubertino, sul presupposto che Guglielmo II non avesse avuto figli). 
In tal modo la genealogia dei Landi, sulla base dei soli documenti inoppugnabili, viene a ridursi a dimensioni più logiche. E’ opportuno dunque dare precisi ragguagli di questi remoti avi della famiglia, poiché furono essi che in realtà ne costituirono il grande patrimonio fondiario. Alberico nel 1216 acquistò dal marchese Guglielmo Pallavicino le proprietà di Scopolo, Pietranera e Grezzo in Val Ceno; Guglielmo II risulta proprietario di gran parte dei beni di Bedonia, Casalzone, Rugarlo, Montarsiccio, Gravago, ecc., mentre suo figlio Giannone, e spesso Mabilia sua moglie, agendo sia in proprio che come procuratori del rispettivo padre e suocero, acquistarono i beni di Barcia e di Costa Geminiana. Guglielmo II e Ubertino erano proprietari di tutte le terre già state dei loro avi, mentre il primo acquistò i beni di Casalanzone e di Bedonia.
Egli morì nel 1254 lasciando la moglie Soprastella e forse dei figli (come già sopra ricordato), così che Ubertino, rimasto il vero capo della famiglia, poté iniziare la sua brillante ascesa politica.

 

 

Sulla base di induzioni fondate su documenti (Galvano, figlio di Ubertino, catturato da Carlo d’Angiò nel 1266 nella battaglia di Benevento e sposatosi nel 1280, dopo 14 anni di prigionia, con Marsignina Scotti, doveva essere nato verso il 1240-50) Ubertino sarebbe nato verso il 1220, all’epoca in cui suo nonno Guglielmo I risultava già proprietario di gran parte dei beni in Val Taro. Tra il 1253 e il 1256 Ubertino allargò notevolmente i possessi aviti acquistando il territorio di Bardi e di Bedonia da diversi proprietari, eredi della più antica feudalità locale; nel 1258, inoltre, acquistò dal Comune di Piacenza, che ne era in possesso, i diritti giurisdizionali e fiscali sulle terre e sui castelli delle valli del Taro e del Ceno che già erano stati dei Malaspina (tra cui Borgotaro, Compiano, ecc.). I rilevanti capitali di cui doveva disporre Ubertino gli provenivano, oltre che dai vasti possedimenti terrieri ereditati, anche da lucrose attività commerciali che egli esercitò e che sono variamente documentate. Nella seconda metà del Duecento Ubertino, che nel 1250 era stato podestà di Siena, divenne il capo riconosciuto dei ghibellini di Piacenza ed uno dei maggiori rappresentanti di questo partito nell’Italia Padana e non mancò di approfittare della propria posizione politica per consolidare il suo patrimonio; cosa che gli procurò nuove inimicizie, con la conseguenza che nel 1257 fu cacciato dalla città ed il suo palazzo fu distrutto. Ritornò nel 1260 e il 6 febbraio 1263 fu investito dal Vescovo di Bobbio dei feudi di Romagnese, Valverde, Zavattarello, Ruino, e di altri in Val Tidone; dovette poi di nuovo fuggire nel 1267 e si rifugiò nell’Italia meridionale presso il re Corradino di Svevia, che il 15 febbraio 1268 lo investì della contea del Molise, rinnovandogli anche l’investitura per quella di Venafro, e il 10 giugno successivo gli donò altri possessi in Puglia.
Da alcuni documenti parrebbe che il titolo comitale di Venafro fosse stato concesso ad Ubertino già nel 1256 dal re Manfredi e che nel 1264 egli avesse per moglie Isabella d’Aragona, parente del re stesso, ragione per cui i suoi discendenti adottarono il motto « Svevo sanguine laeta », cambiando anche l’originario stemma della famiglia.
In realtà è accertato soltanto, in base alle testimonianze dei cronisti più antichi, che il re Manfredi era «consanguineo germano» dei figli di Ubertino, e che il re Federico II d’Aragona e Sicilia, nipote di Manfredi, onorò nel 1296 del titolo di consanguineo e di consigliere il conte Galvano Landi, figlio di Ubertino.
Di fatto il matrimonio di Ubertino con la principessa aragonese non è documentabile con certezza.
Dopo la battaglia di Tagliacozzo (1268) che, con la sconfitta e la morte del re Manfredi di Svevia, segnò il tracollo della parte ghibellina, l’indomito conte si arroccò nei suoi feudi della montagna, con al centro la munita rocca di Bardi, da dove proseguì – appoggiato ad altri signori ghibellini – la sua guerra privata contro il Comune di Piacenza, dominato dalla fazione guelfa.
Per anni tenne in scacco le milizie comunali, operando contemporaneamente su fronti diversi e assai distanti (dalla Val Ceno alla Val Tidone ove deteneva la rocca di Zavattarello).
Dopo alterne vicende, in seguito alle quali venne perfino scomunicato, nel 1276, anche per intervento del papa piacentino Gregorio X, Ubertino concluse la pace con il Comune di Piacenza, ove poté finalmente rientrare.
Nel 1278 donò ai frati minori francescani le case che possedeva vicino all’attuale piazza Cavalli e sulla cui area furono costruiti la chiesa e il monastero di S. Francesco.
Riaccesosi il conflitto tra Ubertino e il Comune di Piacenza dopo 1280, allorché la città si trovava sotto l’influenza del guelfo Alberto Scotti, si giunse ad una nuova pace nel 1291 che, tra le varie clausole, prevedeva che il Landi cedesse al Comune la sua rocca di Zavattarello ottenendone in cambio 8000 lire imperiali. Ubertino morì nel 1298. Dalle nozze con Isabella ebbe Corrado e Galvano (oltre alla figlia Bianca, monaca a Pavia), ma il solo Galvano rientrò a Piacenza nel 1280 dalla prigionia, essendo stato catturato assieme al fratello nel 1266 a Benevento da Carlo d’Angiò, come si è già detto; in seconde nozze Ubertino sposò Adelasia, forse appartenente alla famiglia dei Sannazzaro di Pavia, dalla quale non ebbe figli. Galvano Landi nel 1296 ricevette in dono dal re di Sicilia (che diceva di essere suo congiunto) varie proprietà in Sicilia, in Val di Noto; egli premorì al padre probabilmente nel 1297.
Da Marsignina Scotti, Galvano ebbe vari figli, tra cui si ricordano Ubertino II, forse marito di Caterina Beccaria, che nel 1312 ottenne dall’imperatore Enrico VI la conferma dell’investitura feudale per le sue terre di Borgotaro, Bardi e Compiano, e che morì senza figli nel 1314, nonché Corrado e Manfredo, il quale nel 1314 fu creato cavaliere e il 13 luglio 1327 ottenne dall’imperatore Lodovico il Bavaro la conferma dell’investitura per i castelli della Valtidone, mentre il 22 luglio 1337 fu investito dall’imperatore del feudo di Zavattarello.
Nel frattempo, cioè il 26 ottobre 1328, Barnabò, appartenente ad un’altra linea della famiglia, fu investito, sempre dall’imperatore Lodovico il Bavaro, dei castelli di Centenaro e di Carpadasco. Dei figli di Galvano, solo Corrado ebbe discendenza: marito di Violante, fu padre del cavaliere Corrado, che morì senza prole, nonché di Galvano e di Manfredo. Galvano, cavaliere, sposò dapprima Giovanna Scotti e poi Margherita Oderisi, dalla quale nacquero Violante, sposata a Giovanni Suardi di Bergamo e Bianca sposata al conte Rinaldo Persico; testò nel 1339 e morì nel 1357.
Manfredo, altro figlio di Corrado, ottenne dall’imperatore Lodovico il Bavaro, il 28 novembre 1327, la conferma dell’investitura di Bardi e di Compiano. Partecipò attivamente alla vita politica, e nel 1332 incorse in una scomunica dalla quale fu assolto solo nel 1341: nel 1347 accompagnò a Venezia la moglie di Luchino Visconti signore di Milano.
Sposò Sofia, avendone Ubertino e Galvano. Il primo fu marito di Beatrice e padre di Bianca – sposata con Pietro d’Estremegna e poi con Antonio Landi ­– nonché Barnabò, il quale ottenne il 13 settembre 1405 dal duca di Milano Giovanni Maria Visconti, l’investitura di Veano, di Roncarolo e delle Caselle, sposò Elena Malaspina di Mulazzo – da cui ebbe Andreina, andata sposa al marchese Bartolomeo Pallavicino – e testò nel 1407.
Galvano, l’altro figlio di Manfredo, fu creato cavaliere nel 1385, il 21 febbraio 1405 ottenne dal duca di Milano la conferma dell’investitura dei suoi feudi in Val Taro, che vennero eretti in contea, e il 15 settembre ebbe dallo stesso duca, con la conferma delle investiture precedenti, l’investitura del feudo di Rivalta nonché di quelli di Alseno e delle Caselle; sennonché i feudi della Val di Taro gli si ribellarono, e la rocca di Rivalta poté essere occupata da Galvano solo dopo un lungo conflitto con i Landi di Cereto.
Nel 1429 poi, anno della sua morte, Galvano si vide confiscati tutti i feudi sotto l’accusa di ribellione. Sposò dapprima Costanza Zanardi Landi e poi Margherita Malaspina di Villafranca, dalla quale ebbe Violante, moglie di Verzuso Landi di Cereto, Caterina, moglie di Giannone da Capo d’Istria e poi di Luigi Fulgosi, nonché Manfredo, nato postumo. Il conte Manfredo fu amico fedele e consigliere dei duchi di Milano, Visconti e Sforza, che lo ebbero in grande considerazione; nel 1448 riuscì a ricuperare i feudi confiscati a suo padre; il 23 dicembre 1454 e il 19 dicembre 1466, ottenne la conferma delle investiture concesse ai suoi antenati.
Fece erigere e decorare sontuosamente il palazzo Landi posto nella parrocchia di S. Eustachio (oggi sede del Tribunale) chiamandovi alcuni celebri artisti tra cui Gian Pietro da Rho che scolpì il monumentale portale, e restaurò e abbellì il castello di Rivalta, dove risiedeva spesso. Nel 1487 fu creato cittadino milanese, e morì l’anno successivo.
Vedovo di Margherita Anguissola, sposò nel 1468 Antonia Maria, figlia di Antonio Fieschi, la quale gli portò in dote i feudi di Varese Ligure e di Montetanano nonché altre terre, che però dieci anni dopo perdette ad opera degli stessi Fieschi, così come perdette Borgotaro. Dalla prima moglie ebbe Laura Caterina († 1514), seconda moglie di Rolando Pallavicino marchese di Cortemaggiore, Giulia, moglie del nobile Gian Antonio del Majno di Milano, nonché Federico, Corrado e Pompeo. Nel 1491 i tre maschi divisero l’eredità paterna; a Federico toccarono i beni di Bardi e di Ferriere, a Corrado i beni di Rivalta e di Niviano, a Pompeo i beni di Compiano e delle Caselle del Po.
Da loro ebbero origine tre rami della famiglia.